venerdì, dicembre 15, 2006

Come sanno essere vendicaticve le donne!!!!

Ecco, sono arrivata sotto casa e qui succede
l'inverosimile... O meglio il verosimile visto che mentre citofono
a
casa di Simona si apre il portone ed esce Francesco. Quattro meno
un quarto. Come se non bastasse l'ora, non ha più la cravatta,
la camicia sbottonata e, la cosa più tremenda, ha quel viso che ho
visto tante volte. Troppe. Ora le rimpiango tutte. Dopo aver
amoreggiato
tutti ci addolciamo. I nostri tratti del viso si ammorbidiscono,
gli occhi sono leggermente umidi, le labbra un po' più carnose
e si arriva al sorriso con più facilità, ma più lentamente.
Francesco
non ha tempo di dire niente.
"Gin, io..." Ci prova, ma gli sputo in faccia. Uno scaracchio
perfetto. Lo centro in pieno, non lo guardo neanche.
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Eccola lì la sua splendida Mercedes 200 SLK grigio
metallizzata. Sono ferma nella Polo. Mi sento come un toro prima
di affrontare il torero, sbuffo mentre con il piede gioco con
l'acceleratore.
Do gas e lo spingo più giù due o tre volte. Penso a mamma
e alla sua Polo. Be', qualcosa mi inventerò, provo troppo gusto
solo a pensarlo. Vedo dallo specchietto Francesco arrivare di
corsa. |
È troppo tardi, è troppo bello... Che gusto ! Che sogno ! Mi metto
'
la cintura. Nella vita ci sono delle cose alle quali non si può
rinunciare.
Questo è uno di quei momenti. Lascio andare la frizione
e parto a tutto gas. Ecco. La vedo avvicinarsi a velocità
spaventosa.
La sua Mercedes, la sua bella, nuova, fiammante Mercedes.
Freno solo all'ultimo ma d'istinto, tanto per non morire. Boom. Un
botto fantastico, rimbalzo sul sedile. Centrata in pieno; sul
fianco
laterale, sulla portiera. Metto la retromarcia. La Polo si sgancia
con
fatica, ma riparte che è una meraviglia. La Mercedes è lì davanti
a
me, completamente tumefatta, perfino un finestrino si è spaccato.
Non oso immaginare i miei danni, ma la faccia di Francesco sì.
Quella la vedo bene ed è tutto un programma. Che bello... Guarda
la sua macchina distrutta. È allibito, non ci crede, non ci vuole
credere, ma ci deve credere. Eccome se ci deve credere... E sai
che
c'è? Ne faccio un altro. Sì. C'è troppo gusto, è troppo bello.
Parto
a tutta velocità e la punto un po' più avanti. Boom. La prendo in
pieno con ancora più forza, senza paura questa volta, senza
neanche
frenare. Ormai c'ho preso la mano. Ho una voglia pazzesca di
distruggergliela tutta. Il parafango davanti è spaccato e si
accartoccia
perfino il cofano. Francesco è lì, davanti a me, senza parole.
Lo guardo, scoppio a ridere e mi allontano salutandolo. Vaffanculo
tu e la tua Mercedes. Stronzo di merda. Quando ci vuole, ci vuole.
E ora devo pensare a Simona. Oh, ma la sistemo per le feste
quella stronza, oh se la sistemo. Ma deve essere una vendetta
intelligente,
fredda, calcolata, pungente. Geniale
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Simona.
Un attimo dopo sono tra i banchi di scuola. È già passata
un'ora, la prima. Religione. Ha incrociato due volte il mio
sguardo
la stronza e si è girata dall'altra parte. Non ha neanche il
coraggio
di affrontare le conseguenze delle sue azioni. Il massimo è che è
stata perfino interrogata da don Peppino, così chiamiamo noi il
pretino di religione, e Simona ha avuto perfino il coraggio di
rispondere...
Mortacci sua. Be', non voglio chiamare Dio in causa
per stronzate come questa. Ma la seconda ora è tutta mia e anche
la terza. Ci sguazzo, mi voglio divertire, due ore da sogno. Oggi
abbiamo
compito in classe di italiano. È facendo la borsa appena sveglia
che mi è venuta l'idea. Sublime... Ecco, ho trovato l'aggettivo
coniato apposta per la vendetta. E la mia penna scivola veloce sul
foglio bianco, riempiendolo di parole, di righe, di fatti, di
ricordi,
di delusioni, di aggettivi, di sproloqui, di insulti. Vola che è
una meraviglia,
sembra fatata la mia penna. E dire che io in italiano sono
sempre stata un po' frenata. Sono fuori tema, non ho dubbi, ma
che piacere, che divertimento dedicare il mio compito in classe
alla
mia amica, anzi alla mia ex amica. Anzi, per essere proprio
precisi,
a quella stronza. Le ho dedicato perfino il titolo: Misera fine
di un'amicizia. Sono sicura che la mia prof d'Italiano me lo
passerà,
magari prendo anche un bel sette, o forse no, quello no, è un
fuori
tema. Magari un quattro, ma che bel quattro! Di sicuro però non
mi manderà dal preside e forse me lo farà perfino leggere in
classe.
Sarà dalla mia parte la prof, ne sono sicura. Non tanto perché
abbiamo un buon rapporto, ma perché si è separata da poco.
Settimana dopo. Ritiro il tema. Be', da non crederci... Al di
sopra
delle aspettative. Sette e mezzo! Mai preso un voto così in
italiano. E
non è finita qui. La prof deve avere una grande simpatia per me o,
cosa molto più probabile, deve aver sofferto veramente tanto per
la
sua separazione. Fatto sta che ha sbattuto con la mano sulla
cattedra.
"Silenzio, ragazze. E ora vorrei invitare a leggere il suo tema
una ragazza particolare. Una vostra compagna di classe che ha
capito
che la cultura, l'educazione e l'essere civili sono la più grande
arma della nostra società: Ginevra Biro."
Mi alzo e per un attimo mi viene da arrossire. Davanti a tutti.
Davanti agli altri. Poi metto da parte quel rossore. Cazzo, no! È
la
mia giornata, non esiste, mi spetta. Quale pudore, quali altri.
Non
esistono gli altri in alcune occasioni. E questa è una di quelle
occasioni.
Vado vicino alla prof e comincio a leggere. Scivolo veloce
con enfasi e divertimento. Con rabbia ed entusiasmo. Azzecco le
pause giuste, il tono. Poi la storia mi rapisce. Ma l'ho scritto
sul serio
io questo tema? Cavoli, mi sembra perfetto! E continuo a leggere
così, divertita, cantilenando quasi. Una dopo l'altra le parole
si succedono, si rincorrono leggere tra le righe, su e giù, senza
pausa
come onde di un mare azzurro. Corrono vicine, senza spezzarsi
mai. Arrivo quasi alla fine in un attimo. Mi mancano due righe. Mi
fermo e quando stacco gli occhi dal foglio Simona è lì che mi
guarda.
Ha la bocca aperta, è sbiancata, attonita. Ho raccontato tutta
la nostra storia, la nostra amicizia, la mia fiducia, il suo
tradimento.
Faccio un'ultima pausa. Un bel respiro e via con il finale:
"Ecco signori. Ora voi tutti sapete chi è Simona Costati. Se sua
madre avesse avuto un po' più di coraggio, l'avrebbe chiamata con
il suo vero nome: Stronza! ".
Piego il foglio e guardo compiaciuta la classe. È un boato. Tutte
insieme urlano contente: "Brava, hai fatto bene, sei forte Biro!
Sì, ancora, di nuovo, la devi sfondare, così, sei mitica! ".
E all'improvviso, partito da non so chi, non certo da me, né dalla
prof, meno che mai da Simona, si alza un coro perfetto, ispirato
sicuramente dal mio tema pieno di cultura.
"Stronza, stronza, stronza!"
Simona si alza dal banco. Attraversa la stanza trascinando i
piedi,
con la testa bassa, senza avere il coraggio di guardare in faccia
nessuno. Poi scoppia a piangere ed esce dalla classe.


da Ho voglia di te...di Federico Moccia

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